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Emergenza Coronavirus: stretta sui locali in Lombardia

25 febbraio 2020

Italia: emergenza Coronavirus, una minaccia che diventa sempre più pericolosa anche per il mondo dei locali pubblici.

Attualmente la situazione è la seguente: sono oltre 200 i casi di contagio e 5 il numero delle vittime accertate. Per contenere e ostacolare la diffusione del virus (Covid-19), il Consiglio dei ministri domenica 23 febbraio ha emanato due provvedimenti: il decreto legge n.6 che contiene misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, e il decreto del presidente del consiglio dei ministri che contiene le disposizioni attuative del primo. Decreti che fanno seguito all’ordinanza del ministero della Salute del 20 febbraio 2020 in merito ad ulteriori misure profilattiche contro la diffusione della malattia infettiva Covid-19 (in Gazzetta Ufficiale del 22 febbraio 2020 n. 44).

Entrambi i decreti sono stati pubblicati nell’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale (anno 161° n.45) del 23 febbraio e già in vigore. Nello specifico i due decreti contengono le misure per circoscrivere il rischio di contagio nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio. Misure che comprendono il divieto di accesso e l’allontanamento dall’area, la sospensione di eventi pubblici e privati di qualsiasi natura, la sospensione delle attività educative per l’infanzia e delle scuole, comprese le università, la chiusura o limitazione dell’attività degli uffici pubblici, la sospensione dell’apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura.

Anche i pubblici esercizi sono stati soggetti ad una sospensione dell’attività. L’articolo 1 del decreto 6 del 23 febbraio 2020, prevede infatti anche la chiusura di tutte le attività commerciali, con l’esclusione degli esercizi commerciali per l’acquisto dei beni di prima necessità: una misura che si applica dunque anche ai bar.

Misure che dal 23 febbraio e per la durata di 14 giorni, sono già state applicate in alcuni comuni della Lombardia e Veneto, ovvero le regioni più colpite dal contagio, identificati come aree focolaio del virus: i comuni di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini, tutti in provincia di Lodi, in Lombardia, e il comune di Vò, in provincia di Padova, nel Veneto.

Per quanto riguarda la Lombardia, inoltre, è arrivata una ulteriore stretta sulle attività dei locali, che d’intesa con il ministro della Salute, domenica 23 febbraio ha emanato un’ordinanza straordinaria che riguarda l’intero territorio regionale e che impone la chiusura di bar, locali notturni e ogni altro esercizio di intrattenimento aperto al pubblico, restano esclusi i ristoranti, dalle ore 18 alle 6 sino al prossimo primo marzo.

Una misura che ha colto di sorpresa gli esercenti e che ha suscitato molte domande in merito alla sua concreta efficacia, che con la diffusione del contagio potrebbe essere adottata anche in altre aree del territorio nazionale. Se, da un lato, tale provvedimento nasce per limitare la concentrazione di persone all’interno dei locali e quindi potenziali contagi, dall’altro rischia di generare panico immotivato verso la frequentazione di bar e locali, anche nelle aree non interessate dall'infezione, mettendo a rischio le stesse attività.

Panico che ha già manifestato i suoi effetti deleteri fin dallo scorso mese di gennaio, all’inizio dell’esplosione del contagio da Coronavirus in Cina e ben prima che questo interessasse direttamente l’Italia. Conseguenze estremamente negative anche per quanto riguarda la ristorazione cinese della Penisola. Uno studio di Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) di fine gennaio ha infatti evidenziato come nei 5000 ristoranti cinesi si fosse registrata una perdita di fatturato del 70%, equivalente a poco meno 2 milioni di euro al giorno. Cifra che cresce ulteriormente se si aggiungono i 500.000 euro che i turisti cinesi in Italia spendono quotidianamente per mangiare, incedendo negativamente sulla ristorazione italiana a 2,5 milioni di euro.

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